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Tornare a Cairano.

Franco Dragone, visionario si, ma soprattutto capatosta! L’arte, ha ragione di realizzarsi se ci si lascia andare alla visionarietà, ma a questa visionarietà deve corrispondere la precisione. Tutti i più grandi autori, Cervantes per esempio, quando scrive nel Don Chisciotte de la Mancia, questo pazzo visionario, che si pone di diventare un cavaliere errante, in un epoca in cui i cavalieri erranti non esistono più da tempo. Nella sua visionarietà, però, decide che l’elmo deve essere elmo, che il cavallo debba essere battezzato e che debba avere un nome da cavaliere errante. Quindi asseconda la precisione che viene fuori dalla visionarietà. Soltanto cosi nell’arte suppongo si possa essere non veri ma certamente credibili. In questo Franco Dragone è l’anima di tutto quello che è nato in questi anni Cairano e con Cairano7x anche se nascostamente nell’ombra.”

Tornare, tornare nel luogo natio, perché questo è indispensabile dirlo: per te Franco, cos’è tornare a Cairano?

Per me, tornare a Cairano è forse combattere per la paura. Forse pensare di liberare questa rivincita. Io ricordo mio nonno, e mi sono detto se lui non ha potuto liberarsi nella sua vita, non ha potuto avere una vita bella, per questo è mio dovere di proseguire e ricercare di liberarlo anche se ormai non esiste più.

Per me tornare a Cairano è tornare a casa. Tornare a toccare la mia gente, la cosa più banale forse…per tanti, invece per me per sentirmi appartenente a qualche parte, a qualche luogo. È una cosa difficile da spiegare. Tornare a Cairano è anche sempre proseguire un sogno e di cercare di ritrovare le sensazioni che avevo quando sono andato da qui perché un po’ confuso, nella nebbia, non mi ricordo com’era, mi ricordo delle ombre e tornare a Cairano e ritrovare questi odori, toccare la gente cercare di pensare com’era prima la storia.

Tornare a Cairano è tornare a casa. Anche se casa mia è un po’ dappertutto. Un altro sogno la volontà la voglia di far venire delle cose, e qui vorrei raccontare una piccola storia: se l’avessi saputo non l’avrei fatto. Mi ricordo quando ho lasciato il Canada per ritornare in Belgio, a La Louvière, perché è la città in Belgio dove abitiamo, era una città molto ricca e poi improvvisamente tutto finisce e diventa la città con un altissimo tasso di disoccupati. Ho voluto ritornare in Belgio, in quella città per dargli forse quello che io ho ricevuto. Stranamente una città di operai, con tutti i figli che andavano all’accademia dell’arte: pittori, scultori e questo per me a diciassette anni, è stata una rivoluzione incontrare questa gente, che parlava del surrealismo, di pittura di scultura e mi sono sempre chiesto come mai qui in questo posto sperduto c’è questa erudizione, si dice così? Questa conoscenza, questo contatto con le cose immateriali, che esistono o non esistono. E mi ricordo quando sono tornato, ho fatto, ho detto alla gente che mi conosceva, se volete lavorare con me, dovete venire alla La Louvière.

E, ho cercato nel mondo chi aveva veduto più dischi e ho detto ah Céline Dion, e per quello l’ho cercata, non per che mi piace a sua musica, ma perché lei poteva attirare l’attenzione sulla città. Se non si guardava questa città, se non si attira l’attenzione del mondo su delle città che spariscono, queste spariranno in silenzio senza che la gente se ne accorga. E questo sta succedendo anche a Cairano e per me tornare a Cairano è di attirare l’attenzione del mondo per poter dire questi paesi non devono sparire.