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di Fab Cacc

Questo era il portone della casa di Cairano dei miei bisnonni, in via Costantinopoli, all’ultima curva prima di salire verso il campanile. I miei bisnonni erano Luigi Luongo, che fu podestà e poi Sindaco del paese fin quasi agli anni ’60 ed Ermelinda Santoro: ebbero tre figlie: Angela – della quale io sono nipote – Adele ed Elena.

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Ora, se guardate le foto che vi allego e che devo alla cortesia di Antonio Perego Luongo, potete osservare che sul lato destro del portone c’è oggi una finestra con le inferiate: seguite la grondaia e la macchia di umido sull’intonaco e vi renderete conto che è la prosecuzione dello stesso muro; la foto è scattata dal ballatoio della casa di fronte, che ai miei tempi era abitata da due signori, marito e moglie, molto anziani

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chiaramente intorno si vede la muratura nuova ed il rappezzo di intonaco. Ebbene, questo era uno dei due magazzini, che aveva la particolarità di avere un accesso autonomo dalla strada ed una porta che dava sul cortile; la porta esterna aveva anche la gattarula… noi, a casa, questa stanza la chiamavamo la scuola perché durante la guerra mia zia Adele, che era maestra, ci aveva istituito una scuola pluriclasse per i bambini che si trovavano nel paese: e nella storia familiare quel nome rimase. Infatti, durante la guerra, il paese si popolò di molti sfollati o di persone, come mia madre, mia zia, che furono inviate al sicuro da Roma, dove la situazione era pesante: Angela ed Adele, due delle tre sorelle Luongo, mia nonna già con le figlie, si ritrovarono con i mariti in guerra e lasciarono Roma per rientrare al paese dei genitori. Mentre mia nonna si occupava con sua madre della casa e delle altre incombenze, mia zia Adele ebbe l’idea di ricostruire una sorta di normalità per i bambini, ed istituì quella scuola alla buona. Invece noi, da ragazzini, usavamo quella stanza per giocare: tra gli amici c’erano Gerardo Bilotta, Massimo Pannisco, Luigino – del quale non so il cognome – e Nino Iorio Petrozzino, che abitava più su verso il Castello.

La porta che si vede a sinistra del portone – che mi pare l’originale, splendidamente restaurato: e sul concio dell’arco ci dovrebbe esser la data del primo restauro, 1815 – era quella della casa della famiglia Schiavone, miei cugini: in verità Schiavone per parte di padre – a Cairano lo chiamavano il Prefetto, per via del lavoro – ma credo Frieri per parte di madre: di fianco a quella porta, sul lato sinistro dichi la guardi, la via scendeva e questa che segue è la foto:

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Quindi la nostra casa era in parte al piano terreno – la scuola, il magazzino che le era a fianco, la parte di fondo ed una piccola porzione del lato destro – mentre per il resto era al terzo piano, perché poggiava sulla sottostante casa Schiavone-Frieri. Questo fu il motivo per il quale, quando venne il terremoto, non la si poté ricostruire, perché mancava il punto d’appoggio!

Di fronte al portone, per chi entrava, in mezzo al cortile, c’era una scalinata che scendeva e che, passando sotto un arco – il pavimento della camera dei miei nonni – portava sulla via di sotto, dall’altro lato della casa Schiavone-Frieri: da lì si arrivava più giù dove c’era una fontanella: ci riempivamo i flaconi vuoti di alcol o di qualsiasi altra cosa per fare guerre incredibili a schizzi d’acqua! Ma non voglio divagare: dunque, sotto il lato di fondo del cortile, lungo questa scalinata interna, c’erano le cantine di casa: e quelle, incredibilmente, rimasero intatte dopo il terremoto. Erano a volta e quindi ressero, ma la cosa incredibile, per chi le potesse osservare ancora oggi, se non sono state restaurate e coperte di intonaco, erano le murature: opus reticulatum! E questo testimonia quanto fosse antico il nucleo primitivo di Cairano e ve ne voglio fornire una prova ulteriore:

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Questa fibula di bronzo – fotografata male perché non sono bravo come Antonio – viene da un campo del mio bisnonno, trovata durante un’aratura: a proposito, leggendo il blog ho scoperto che è morto, ad una venerabile età, Pietro Schettino, che allora era il parzionale dei miei bisnonni:

Il portone veniva chiuso a chiave la sera ed aperto la mattina: per tutto il giorno bastava abbassare la maniglia per entrare ed uscire. Ma c’era un uomo – credo si chiamasse Salvatore – che ne aveva una chiave: aveva le mucche e la mattina prestissimo apriva e poi chiudeva per lasciare due misure di latte in una pentola di quelle smaltate con il bordo celestino che la mia bisnonna lasciava sul davanzale della stanza da pranzo: ricordo ancora che il latte – oggi si chiamerebbe latte crudo – veniva poi fatto bollire e ci facevamo colazione con i fantastici biscotti rotondi del forno di Cairano che apparteneva alla famiglia di Massimo Pannisco, del quale ricordo la nonna, Mariuccia: le tazze ed i biscotti erano conservati in questa piccola credenza che ho restaurato e portato con me:

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La colpa del colore attuale è solo mia.

Ora non so chi abiti quella casa – ci vedo un citofono che all’epoca non c’era – che fu donata al Comune: ma se contattassi chi la occupa sarei molto felice.