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PIANURA ALTA I

Il funerale dell’esorcista

La prima escursione con Franco fu al funerale dell’esorcista Don Leone. Ci portò in un mondo diverso, un mondo inverso. Era inverso per me e per la mia collega antropologa ed era pure inverso alla vita di Bisaccia, in cui nessun segno di credenze oscure si faceva notare. All’epoca ci tenevamo esplicitamente lontane dai temi antropologici come il malocchio oppure le pratiche esotiche e occulte. Come “antropologhe del modernismo” ci sentivamo a nostro agio piuttosto con problemi odierni. Prima di venire in Irpinia avevamo incontrato nei nostri viaggi attraverso la Sicilia e la Campania tante persone i cui paesi erano stati distrutti dai terremoti nei decenni precedenti. Con loro avevamo parlato del cambiamento demografico e culturale; il sopranaturale non c’entrava. Il fatto che ancora oggi ci siano dei servitori della chiesa che scaccino gli spiriti cattivi dai corpi umani ci pareva una messa in scena per turisti, del tutto conforme ai tipici cliches sul Sud Italia più arcaico. Qui però non c’erano turisti. C’era solamente una scarna notizia sulla morte dell’esorcista di Andretta. E questo ci aveva incuriosito.
Raggiungemmo Andretta, una cittadina al confine con la Basilicata. Nel momento in cui entrammo nel paese brillava una luce color miele della tarda estate che confondeva i contorni delle case e delle strade e al tempo stesso metteva in risalto la chiesa alla fine del paese. L’edificio sacrale era sdraiato come un gatto – un poco spostato dal paese, lo sguardo rivolto sul paesaggio. Scendemmo dalla macchina dirigendoci verso lo spiazzo antistante la chiesa, dove immagini sacre e croci enormi affiancavano le strade. Era uno scenario che avrebbe potuto essere quello di una foto ingiallita degli anni trenta: La casa di Dio, onnipotente dietro a una folla densa e disordinata. Nessun manifesto, nessun negozio, nessuna luce colorata al neon. Solo la chiesa erigeva il suo corpo di pietra in questo mondo remoto.
Dopo aver attraversato il corteo funebre, raggiungemmo il portale, da dove Franco ci spianò il cammino fino l’altare. Dietro si celava una sorta di loggia dalla quale si poteva osservare direttamente la cerimonia. Affascinate fissavamo il vestibolo barocco illuminato e guardavamo – nessuno in nero, ma in colori diversi e un movimentato andirivieni. La gente usciva ed entrava di continuo, bambini gridavano, i più piccoli si premevano tra i corpi dei più grandi ed i preti vestiti di bianco pendolavano le capsule d’incenso. Da questo tumulto non nasceva alcuna atmosfera solenne. Nulla che avesse a vedere col mistero degli spiriti santi. Solo quando ci ritrovammo sullo spiazzo antistante la chiesa, sorse una certa solennità. Lì ci colpirono delle donne ben adeguate a un tale funerale. Stavano lì con le lacrime negli occhi e piangevano la morte del prete e noi non sapevamo se e come avvicinarci a loro. Pure la mia compagnia, che in genere si rivolgeva alla gente senza remore di sorta, stavolta restò distante. Franco invece non mostrò reticenza alcuna. Imperturbato andò dalle donne e rivolse loro le sue domande precise. Per mio stupore le donne non si ritrassero, ma raccontarono invece appassionatamente dei miracoli compiuti dal deceduto. Una raccontava di suo figlio, che Don Leone avrebbe esorcizzato. Diceva che in realtà non sapeva se uno spirito cattivo si fosse davvero impossessato nel suo ragazzo, ma era assolutamente convinta dell’effetto che il prete aveva avuto su suo figlio. Una forte e dolorosa convulsione corporea avrebbe accompagnato il trattamento. Dopo però ci fu il miracolo e il ragazzo sarebbe stato liberato. Pare che da allora in poi viva come tutti gli altri, che abbia trovato lavoro e che non sia stato mai più vittima del male.
La sepoltura del cadavere ebbe luogo a Cairano, la città di nascita di Don Leone. Cairano – a un tratto Franco faceva il misterioso. Negli anni sessanta, cosi apprendevo più tardi, in questo borgo arcaico girarono un filmone con una diva del cinema, una bionda dai seni grandi. Lei aveva il ruolo di una che dalla città tornava nel suo villaggio, che consisteva soprattutto di contadini sfatti dal duro lavoro e donne che al loro rigoglio già iniziavano ad invecchiare. Gli abitanti di Cairano e dei paesi intorno presero parte alle riprese recitando se stessi, contadini come attori non professionisti e come esperti, che recitavano la loro vita dura davanti alla cineprese. La bellezza bionda, così si raccontava, e com’era previsto dal film, aveva fatto davvero impazzire tutti gli uomini. Tutti languivano per lei, sicché le donne per la gelosia si trasformarono in furie; altri invece raccontano, che le riprese del film siano state la più grande benedizione mai vissuta a Cairano. Una volta i contadini avevano abbastanza lavoro e cibo, finalmente fioriva la vera vita nel loro paese. E la diva – beh, nessun segno di gelosia, no, no, anzi, loro avrebbero contribuito con tutte le loro forze al successo del film. Fino ad oggi l’evento si staglia come una stella sopra Cairano. Ma sia il paese che il film non hanno avuto successo alcuno: la pellicola arrivò nei cinema solo dopo che tutte le scene erotiche ed estatiche furono tolte. Era diventato un film scandalo, distrutto dalla critica e, infine, dimenticato. Io non l’ho mai visto e nessuno mi vuol rivelare in possesso di chi si trovi.
Allora eravamo partiti al crepuscolo, prima ancora che il corteo funebre si muovesse da Andretta. Davanti a noi sorgeva Cairano, appoggiato su una collina. Distinguevo un borgo piccino, raggiungibile attraverso un ponte dalla valle e che consisteva di poche case ammucchiate a forma di cappuccio che si incarcano verso l’alto creando una vetta tonda. Due chiesa stavano all’ingresso inferiore del paese, una a quello superiore, in mezzo un parcheggio, un bar e la scuola. Franco non ci lasciava il tempo di guardare in giro. Saltò fuori dalla macchina dirigendosi verso la cima della collina. Lì si fermò e tra erbe selvagge guardammo il paesaggio. Il poeta allargò le braccia, emise un suono e ci lasciò sole con la veduta. Lui, macchina fotografica in mano, continuò a dirigersi in alto verso il cimitero. A noi invece aveva dedicato questo gioiello, ci aveva regalato un posto sotto il cielo di sera, come su una nuvola nella terra di nessuno. Allo stesso tempo Franco era come un reporter che, in modo del tutto naturale, si aggirava nelle terre contadine in via d’estinzione dell’Irpinia. Sapeva bene come allettare i forestieri nella sua terra, in luoghi inquietanti di una bellezza arcaica, dove una particolare sensazione del tempo ti permea come un gas invisibile.
Restammo sedute sull’altopiano di Cairano. Il sole spariva dietro le catene montuose lontane e sotto di noi si avvicinava il corteo funebre. Si muoveva lungo la strada a serpentina, lento e accompagnato da fiaccole. Il funereo Ave Maria penetrava il silenzio. E: stavolta si portava il nero.

Ute Süßbrich

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