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[“ Un piccolo grazioso ospitale paese dell’Alta Irpinia, Cairano sta vivendo in questi giorni il suo pur limitato quarto d’ora di celebrità”. Così esordisce l’inviato del “Roma” il 9 luglio del 1963. E nel reportage del 2 agosto successivo puntualizza:

“Questo piccolo centro irpino, che, dal cucuzzolo di montagna ove si trova, domina la valle dall’estrema posizione geografica della nostra provincia, in questi giorni fa da naturale teatro di posa per il “si gira” di un film abbastanza ambizioso che il regista Silvio Siano dirige per conto d’una produzione italo-francese. Cairano sta vivendo un’esperienza nuova; ciononostante gli abitanti si sono abituati a vedere cineprese, lampade e tutti i dannati aggeggi di cui si serve la cinematografia. Soprattutto non desta curiosità per i cittadini di Cairano ascoltare parecchie lingue. Anche le maestranze sono per metà italiane e per l’altra francesi.  Il piccolo centro di Cairano si presta magnificamente come ambiente provinciale in cui si snoda la vicenda. Le mura delle case affumicate, la mancanza di strade transitabili, l’assenza del più necessario accessorio igienico, sono gli elementi di panorama e di ambiente tra i quali è situato La donnaccia”.
Sebbene l’area scelta per le riprese in esterni risultasse in origine piuttosto ampia (“i paesi dove è stata ambientata la storia si trovano entro il triangolo Lacedonia – Cairano – Basilicata”, aveva scritto Pisano sul “Corriere dell’Irpinia”), fin dalla prima stesura del soggetto agli autori ed al regista risultò del tutto naturale la scelta di ambientare la storia “a Cairano, che presentava gli aspetti più peculiari per un film che avesse in special modo la caratterizzazione per una descrizione neo-realistica”. Questo piccolo insediamento sui monti dell’Alta Irpinia, addossato come un presepe rustico ad un costone roccioso, che domina solitario e inaccessibile l’antica strada Ofantina, quasi ibernato dai rigori millenari della neve e del vento, con le casupole e i viottoli scolpiti nella stessa pietra grezza, immerso in un’atmosfera silente e dolorosa fatica, era la location ideale per girare un film che i suoi autori avevano concepito come una versione montanara de La terra trema e di Stromboli. E quale stridente  e spettacolare contrasto tra i colori cupi di quel paesaggio, dove fa buio presto e d’inverno le nuvole sono gonfie di pioggia nera, e la figura luminosa e solare di una giovane donna, non più infagottata di nero bensì biondissima e ammiccante, che attraverso il suo corpo e il suo sorriso trasmette piacere, curiosità e la sensazione, per quanto breve ed effimera, di una vita “altra”! gli abitanti di quel presepe roccioso, tuttavia, seppero far giustizia di stereotipi e pregiudizi. Poveri, certo, anzi più poveri d’Italia, ma corroborati da una dignità antica. Isolati, taciturni, talvolta impacciati, non tanto però da sottrarsi alle leggi dell’ospitalità, che mostravano di interpretare con rara naturalezza. E se quell’angolo del Sud così refrattario alle civiltà delle macchine, dove era più facile imbattersi in stormi di uccelli rapaci che in una colonna di automobili, si trasformò in un meraviglioso set naturale, fu perché “non solo si prestava perfettamente alle esigenze scenografiche e di sceneggiatura, ma anche perché a Cairano trovammo una calda e sincera accoglienza, un’ospitalità eccezionale”. Per la produzione e la troupe fu un fuori programma inatteso e gradito, dopo il clamoroso rifiuto pervenuto dalla vicina e più rinomata Andretta.”]

Tratto dal libro di Paolo Speranza: UN’AVVENTURA NEOREALISTA Il film La Donnaccia a Cairano.

 

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