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Faccio visita spesso a questo blog. Ogni volta raccolgo una piccola emozione e rimando al giorno dopo l’impegno di lasciare una mia testimonianza. Mi nascondo dietro l’alibi di aver fatto qualcosa di più importante e i giorni passano senza che abbia scritto due righe. A 2000 km, dove mi trovo, ho trovato il tempo di ritornare con la mente al mio paese Cairano non ha più la sua “agorà”, è scomparsa dalla nostra vita collettiva.Ti ringrazio davvero, Antonio, per aver inventato questo “luogo, non luogo”, l’agorà delle pietre dove le pietre esistono solo in splendide foto e quelle vere rimangono lì, mute a custodire la storia che celano, le tragedie e le gioie di un popolo che viene da lontano, da una cultura millenaria e da una passione contadina. Dov’è finita la fierezza dei nostri padri? Dov’è la dolcezza delle nostre madri? Dove sta andando il nostro amato paese? La tua citazione su Esopo e il mondo delle fiabe, mi ha rimandato, pensando a Cairano, a Macondo, quel luogo fuori dal mondo, tra reale e fantastico, tra verità e leggenda, tra mistero e magia che Garcia Marquez descrive nel suo bellissimo libro “cent’anni di solitudine”. Ho trovato molte similitudini con Cairano e su quel rischio di solitudine che potrà colpirci. La solitudine di chi cerca il futuro, la speranza di una vita migliore, il desiderio di rinnovarsi ma che si frantuma di fronte all’egoismo, alla degenerazione dei caratteri e delle personalità che impediscono il progresso, la crescita civile ed economica, e riducono il paese ad una condizione di arretratezza e incapacità di rinascere, deturpato dall’avidità e dalla sete di potere.
Cairano è come Macondo, più che un luogo, uno stato d’animo, un affollato crocevia di speranze, desideri e sogni… e rischia, come nel libro, la sorte della famiglia Buendìa che vive per 6 generazioni. Densa ed impregnata di forti sentimenti, morirà così chiusa nelle sue effimere illusioni da sprofondare nella più sconsolante e più irrimediabile delle solitudini e Macondo sarà spazzato via dalla tempesta, metafora dell’autodistruzione. Questo è il rischio che corriamo anche noi. Ma io ho fiducia nei cairanesi; credo in un paese che può risorgere, credo in una Cairano che non morirà in solitudine ma rinascerà con forza e speranza. Forse è un sogno ma, come diceva qualcuno, resterà un sogno se sarò da solo; quando si è in tanti a sognare allora i sogni si realizzano. Cairano sarà quello che noi vorremo:  dobbiamo avere il coraggio di fare una scelta tra chi ha in mente un progetto di sviluppo per il paese e chi, forse pensando a Cairano come a un luogo che rischia di diventare un grande cadavere glorioso vuole accaparrarsi quel poco di polpa che è rimasta vicino all’osso. Ai ragazzi e alle ragazze di Cairano, più di tutti è affidato il compito di trovare la strada per quell’isola che c’è, ed è più vicina di quanto noi possiamo immaginare. Non cerchiamo nuove terre, scopriamo nuovi occhi. Forse non la troviamo perché abbiamo perso il riferimento e l’orientamento verso quella stella che ci può condurre da lei. O forse, semplicemente non la troviamo perché essa appare solo a chi ha forza di credere, ha speranza di vivere, ha gioie da condividere, ha amore da offrire. Forza ragazzi!!! Il vento di Cairano, come per gli uccelli, potrà frenarci ma sarà anche quello che ci consentirà di volare.

Luigi D’Angelis

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